Il Codice Vibe e il Futuro del Copyright nel Software Generato da AI

Vibe Coding e il Ruolo Diminuito del Copyright nel Software Generato da AI

È un dato di fatto che “le idee non sono protettabili” secondo le protezioni costituzionali per la proprietà intellettuale (IP). La protezione scatta solo con l’espressione creativa unica di un’idea (copyright); utilizzando qualche manifestazione dell’idea come indicatore di origine (marchio); o riducendo l’idea in pratica (brevetto). Sebbene questa non sia una dichiarazione esaustiva di ciò che le giurisdizioni richiedono per proteggere la IP, è una distinzione rapida di tre fonti primarie di diritti legali sulla proprietà intellettuale. Altre categorie di IP includono design industriali o brevettabili, segreti commerciali e variazioni che esistono tra le giurisdizioni internazionali. Questo articolo si concentra sulla dicotomia idea/espressione, un concetto sviluppato principalmente nell’analisi della protezione del copyright, che è stata la principale fonte di protezione legale per il codice software.

La Dicotomia Idea/Espressione

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha a lungo riconosciuto che le idee non sono protettabili ai sensi della legge sul copyright. Questo principio, radicato nel 17 U.S.C. § 102(b), limita la protezione all’espressione specifica di tali idee. La dicotomia idea-espressione ha profonde implicazioni nel contesto del vibe coding, una pratica di sviluppo emergente in cui programmatori o team di prodotto forniscono prompt intuitivi e in linguaggio naturale a sofisticati agenti di codifica AI.

Recentemente, è stato riportato che il processo di vibe coding, ovvero trasformare un prompt testuale in software reale, ha preso d’assalto il mondo dell’AI. Gli sviluppatori affermano di non scrivere codice a mano da mesi, e che la maggior parte del codice viene ora generato da strumenti AI attraverso prompt che descrivono funzionalità desiderate e architettura ad alto livello.

Implicazioni e Rischi

Il vibe coding interrompe il modello tradizionale in cui il contributo umano consisteva principalmente nella selezione, disposizione e perfezionamento creativo del codice. Con il vibe coding, il codice risultante potrebbe non soddisfare i requisiti di originalità e paternità umana per la protezione del copyright. L’Ufficio del Copyright degli Stati Uniti ha costantemente sostenuto che le opere generate da AI prive di sufficiente controllo creativo umano non sono idonee per la registrazione.

Quando i prompt rimangono a un livello “vibe” – descrittori vaghi come “crea un cruscotto moderno e intuitivo con animazioni pulite” – l’AI esegue il lavoro espressivo dettagliato. Di conseguenza, il codice finale rischia di essere considerato non protettibile o solo debolmente protettibile, limitato forse a eventuali modifiche umane successive.

Conclusione

Il vibe coding non elimina la rilevanza della proprietà intellettuale, ma la riorienta. L’accento tradizionale sul copyright nel testo espressivo del software cede il passo a una maggiore dipendenza dai segreti commerciali, brevetti metodologici, protezioni contrattuali e vantaggi competitivi. Con la maturazione di questa pratica, sarà necessario affrontare se la dicotomia idea/espressione, forgiata in un’era analogica, continui a servire i suoi scopi costituzionali in un’epoca in cui le macchine possono tradurre idee in codice funzionale a una velocità e scala senza precedenti.

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